domenica 2 ottobre 2011

Le civiltà pre colombiane: Gli Inca e loro origini (extraterrestri?)


Gli Inca furono gli artefici di una delle maggiori civiltà precolombiane che si sviluppò nell’altipiano andino, tra il XIII e il XVI secolo, giungendo a costituirvi un vasto impero.
Circa la loro origine molti sono stati gli studiosi di storia precolombiana si sono sempre domandati che si posti il problema
La soluzione è stata cercata in 2 ambiti: uno legato alla morfologia e l’altro ai miti delle origini tramandati dai cronisti spagnoli.

Già William H. Prescott, nella sua monumentale “Conquista del Perù” aveva fatto riferimento a delle differenze riscontrate tra i crani di Inca e quelli di peruviani comuni. La sua osservazione derivava dalla lettura di “Crania americana”, un'opera del suo compatriota Samuel George Morton, uscita in Filadelfia nel 1839. Morton aveva effettuato delle accurate misurazioni dei crani delle mummie peruviane con tutt'altro scopo. Era un convinto assertore della teoria della poligenesi e tendeva a dimostrare che le razze umane non derivavano dal medesimo ceppo, inoltre riteneva che la misura del cervello determinasse il livello d’intelligenza. Tuttavia dai suoi studi emergeva che i crani di Inca differivano da quelli dei loro sudditi comuni per un angolo facciale molto più sviluppato.
Ricerche contestate in seguito per 2 fondamentali motivi:
 Il lavoro di Morton è stato effettuato su un numero troppo esiguo di reperti per poterle accettare come conclusioni generalizzate.
Inoltre il professore americano non ha tenuto conto delle pratiche di deformazione del cranio, diffuse nel Perù dell’epoca, che differivano tra etnia ed etnia con risultati anche imponenti.
Sul piano della ricerca morfologica il quesito è quindi lungi dall’essere risolto.
Altre ricerche scientifiche si spera in futuro dovrebbero dare risultati migliori.
E ci riferiamo al procedimenti di studio del Dna, ma il principale problema in questo caso e il reperimento di una mummia di stirpe nobiliare in buone condizioni adatto per lo studio.
Le mummie dei regnanti sono però andate distrutte, anche se dalle cronache dell’epoca sappiamo che cinque di loro, tre di sovrani e due di loro consorti, sono state seppellite in un fosso dell’ospedale di Sant’Andrea di Lima. Se il ritrovamento di questi resti consentirà la ricostruzione del codice genetico degli Inca, le ricerche potranno essere eseguite e poi confrontate con quelle effettuale su mummie peruviane comuni
 Per quanto riguarda la seconda via riguardante le origini inca, ossia quella mitologica, qui il terreno è molto ricco e fertile grazie anche al notevole materiale conservato dagli stessi inca e  quello raccolto e tradotto da alcuni conquistadores illuminati.
Il ricordo di una migrazione umana dal Centroamerica all'emisfero Sud del continente traspare in numerosi miti raccolti, dai primi colonizzatori spagnoli, già negli anni immediatamente successivi alla conquista. La maggior parte di questi racconti leggendari sono riferiti ad una indistinta umanità senza distinguere tra le differenti razze, ma alcuni sono specifici di particolari zone geograficamente circoscritte. È questo il caso del suggestivo mito di Naymlap raccolto da Cabello de Balboa che ipotizza una migrazione per mare da Nord fino alle coste centrali peruviane. Si tratta di un antico cantare, molto articolato, che però non ci aiuta a sviscerare il problema delle origini degli Inca essendo attinente solo alle popolazioni della costa.
Diverso è il caso del mito tramandato da Anello Oliva nella sua "Historia del reino y provincias Perù". Anche questo racconto ha per scenario la costa peruviana, ma si riallaccia, nella parte terminale, alla nascita degli Inca. Secondo gli informatori di Oliva i primi abitatori del Perù sarebbero giunti da Nord e si sarebbero stanziati nella punta Sant'Elena il promontorio che anticipa il golfo di Guayaquil per i naviganti che giungono dall'Istmo di Panamá. Il loro re, Tumbe, promosse senza esito alcune spedizioni verso il meridione e lasciò il regno a due figli, Quitumbe e Otoya che ben presto si trovarono in disaccordo. Quitumbe abbandonò il paese con numerosi fedeli e giunse fino all'attuale cittadina di Tumbez, per fondarvi un proprio regno. Otoya invece restò nel luogo di origine, ma si dette a una vita viziosa e scellerata che provocò a lui e ai suoi sudditi un proverbiale castigo. La loro terra venne invasa da un razza di giganti che fecero scempio dei poveri indios. I giganti vennero infine sterminati da un dio giovane e volante che li fulminò tutti dall'alto con dei getti di fuoco, ma era ormai troppo tardi per Otoya, morto in prigione e per il suo popolo decimato e disperso.
Quitumbe frattanto continuava la sua opera di colonizzazione del territorio giungendo con i suoi fino alle valle del Rímac, nei pressi dell'attuale Lima, dopo aver scoperto e popolato la fertile isola di Puna nei pressi di Tumbez. Preso dai suoi sogni aveva dimenticato la moglie che lo aspettava nel regno del fratello e a cui aveva promesso di ritornare, quando era partito dopo la morte di Tumbe. Costei, Llira, era gravida alla sua partenza e lo attese con fiducia, per dieci anni, dopo aver partorito un figlio a cui pose il nome di Guayanay che significa "rondine". La notizia delle conquiste di Quitumbe giunse infine alla giovane che comprese di essere stata abbandonata. Tramutatosi il suo dolore in odio, Llira cercò il modo di ferire, il più crudelmente possibile, lo sposo infedele. Nella sua ira maturò il disegno di rivolgere la sua vendetta sul figlio comune, immolandolo al suo risentimento e avrebbe dato corso al suo insano proposito se un'aquila non fosse intervenuta a rapire il fanciullo poco prima del sacrificio.Guayanay venne lasciato dal provvidenziale rapace in un'isola flottante che si spostava sul mare e imparò ben presto a sopravvivere alle avversità della natura. Il racconto prosegue narrando le peripezie del giovane che, dopo qualche anno di solitudine, si arrischiò a guadagnare la terra ferma, ma venne catturato da alcuni indigeni. Venne destinato al sacrificio, ma ancora una volta la sorte gli fu benigna. Una fanciulla del luogo, Cigar, la figlia del capo villaggio si invaghì di lui e lo liberò prendendo la fuga insieme al suo innamorato. Dovettero lottare contro gli inseguitori, ma Guayanay era forte e coraggioso e uccise quattro guerrieri mettendo in fuga gli altri. Infine furono in mare con quattro compagni e raggiunsero l'isola flottante.Quitumbe nel frattempo era deceduto, ma prima di morire aveva edificato il santuario di Pachacamac e, benedetto dalla divinità, aveva risalito leAnde e fondato il regno di Quito. Il suo erede Thoma aveva emanato severe leggi contro l'adulterio e a far le spese delle nuove disposizioni era stato proprio uno dei suoi figli che, colto in flagrante, era stato costretto alla fuga assieme ad altri suoi compagni per fuggire alla morte. Inseguiti da presso erano giunti fino al mare e si erano avventurati sulle onde a bordo di una zattera di fortuna. Una tempesta li aveva scaraventati proprio sull'isola di Guayanay e i due gruppi si erano fusi in uno solo. Alla morte di Guayanay, suo figlio Atau si trovava alla testa di un gruppo di più di ottanta uomini e l'isola non era più in grado di sostentare una tale moltitudine. Atau era però avanti negli anni e non si sentì di affrontare i pericoli di un viaggio in terraferma, che ormai si rendeva indispensabile, perciò invitò suo figlio a condurre il gruppo dei sopravviventi alla ricerca di una terra in cui vivere. Il giovane condottiero si chiamava Manco ed era destinato a fondare l'impero degli Inca.Manco non si fece pregare per lasciare l'isola. La sua nascita era stata accompagnata da fausti presagi e il suo popolo si attendeva di essere guidato da lui verso la prosperità per cui tutti furono lieti di accettare il suo invito a seguirli sulla terraferma. I partenti si divisero in tre gruppi, ognuno su una flottiglia di canoe. Due di questi gruppi si diressero verso Sud e, malgrado avessero convenuto di far avere loro notizie, nessuno seppe più nulla di loro.L'altro gruppo, con Manco alla testa, stanco delle traversie occorse sul mare, distrusse le canoe e si inerpicò sulle Ande. Dopo un lunghissimo peregrinare raggiunsero il lago Titicaca che presero per un altro mare, data la sua grandezza. Altre genti abitavano il luogo e Manco ebbe un'idea. Abbandonati i suoi compagni, si nascose in una caverna raccomandando ai suoi seguaci di sostenere di essere lì per onorare il figlio del Sole, la cui imminente nascita in quei paraggi era stata pronosticata da alcuni oracoli. Pur non comprendendone la ragione i suoi accompagnatori sostennero questa versione quando furono interrogati dai nativi che li guardavano con sospetto. Il sospetto si tramutò in incredulità, quando fu noto il motivo della loro venuta, tuttavia furono lasciati girovagare, seppur guardati a vista.Quando giunsero nella località di Pacaritambo, da una caverna a tre uscite, videro sorgere un giovane splendente i cui abiti, ricoperti di scaglie d'oro, riflettevano il sole. Era Manco che i suoi fedeli riconobbero immediatamente, ma che intuendo il suo disegno, onorarono come una divinità. Gli indigeni che erano con loro, semplici e ingenui, si unirono alle loro genuflessioni e, in breve, la novella si sparse per tutta la regione. Il dio Sole aveva mandato un figlio sulla terra per governare gli uomini. L'epopea degli Inca era iniziata.
Questo mito è assai suggestivo perché abbraccia tutta la presunta la storia degli Inca dal loro ingresso in Perù fino alla nascita della dinastia che avrebbe dominato l'altipiano andino, tuttavia ha il difetto di essere isolato, anche se la modalità della comparsa di Manco ha riscontri anche in altre leggende.
Qualunque sia la loro origine, agli albori del XIII secolo gli Inca erano stabilmente stanziati nella valle del Cuzco. Non erano l'unica comunità che abitava la valle, perché dai racconti che ci sono stati tramandati, apprendiamo che dovevano dividere il territorio con altre tribù consanguinee e, probabilmente, con genti autoctone che avevano trovato in situ al loro arrivo. La loro storia, in quei lontani frangenti, non si dovette differenziare di molto da quella abituale delle varie etnie andine, caratterizzata da un rude lavoro agricolo inframmezzato da sporadiche scaramucce per il controllo dei terreni coltivabili.
Nel giro di 2 secoli gli inca grazie ad una perfetta organizzazione amministrativa, militare, sociale riuscirono ad assoggettare le tribù vicine  e poi territori circostanti ingrandendosi sempre di più. Il passaggio allo stato organizzato e poi all’impero fu inevitabile.
Con il sovrano Pachacutec, il riformatore del mondo, si ebbe l’inizio del periodo imperiale.
Sotto la sua guida, lo Stato Inca si trasformò in un impero conglobando tutte le etnie che ne facevano o che ne avrebbero fatto parte. La perdita della sovranità delle varie nazioni venne mitigata con un riconoscimento sostanziale delle diversità religiose e delle consuetudini locali, ma ogni velleità di indipendenza venne inesorabilmente schiacciata.
In pochi anni il territorio delle Ande divenne soggetto interamente alla legge del Cuzco e gli Inca si trasformarono in una classe dominante tesa però a fondere la massa dei loro sudditi in un unico popolo di cui, loro, erano, nello stesso tempo, i dominatori e i garanti dell'equilibrio socio politico. I suoi successori, Tupac Yupanqui e Huayna Capac continuarono la sua opera, portando i confini dell'impero dall'Ecuador al Cile e soprattutto consolidando la nuova struttura della società secondo i canoni previsti dal suo fondatore.
Ma la fine inesorabile si avvicina.
La conquista dell'impero Inca è avvenuta nei primi decenni del Cinquecento per mano dei conquistadores spagnoli che con un colpo di mano riuscirono a cancellare un impero vasto e consolidato. Lo scontro decisivo, avvenuto nella piazza principale di Cajamarca, nell'attuale Perù, decise in poche ore di lotta la fine di una dinastia che aveva forgiato uno stato nell'altipiano andino. Il confronto tra due civiltà, quella europea - provvista di armamenti avanzati - e quella Inca - ancora all'età del bronzo - non poteva che risolversi a vantaggio della prima.
Gli Inca di certo non sono pronti per fronteggiare un’invasione: non avevano informazioni di popoli o domini esterni al loro e pertanto non vennero a sapere dell’arrivo degli europei presso le coste di Panama verso il 1510.
La mancanza di informazioni fu decisiva per la caduta dell’impero.
L'incredulità della conquista in ogni caso rimane
E’ praticamente inspiegabile come un pugno di spagnoli (168) i, male armati ed equipaggiati, senza nessuna conoscenza territoriale, senza possibilità di eventuali rinforzi, abbiano conquistato un impero che disponeva di milioni di sudditi e circa 80.000 soldati.
Come mai?
 Innanzitutto vi fu l’effetto sorpresa che giocò a favore degli invasori e non bisogna dimenticare inoltre che gli spagnoli disponevano anche dei cavalli, animali sconosciuti in America, che incutevano rispetto e timore nei popoli autoctoni.
Inoltre, Francisco Pizarro agì in modo astuto e freddo: imprigionò immediatamente il re incaico Atahualpa. Il re si impegnò a riempire di monili d’oro la stanza dove si trovava e Pizarro gli promise la libertà una volta che la sua promessa fosse stata mantenuta.
La crudeltà del comandante spagnolo fu tale che quando ottenne l’immane tesoro, si rimangiò la parola data e acconsentì a uccidere il re cedendo alle pressioni dei suoi luogotenenti.
Ma, forse l’elemento determinante furono le epidemie: Una volta che l’impero fu conquistato, gli indigeni iniziarono ad essere falcidiati dalle malattie portate inconsapevolmente dagli europei. Principalmente il vaiolo, ma anche varicella, morbillo o la comune influenza. La popolazione del Tahuantinsuyo, ormai chiamato Vicereame del Perú, passò da 20 a 2 milioni di persone nei cinquant’anni successivi.
I superstiti, la cui religione venne prontamente sostituita con quella cristiana, si trovarono spaesati. La loro lingua venne accantonata e i nomi dei fiumi, dei villaggi e delle vallate vennero spagnolizzati. Tutto cambiava a una velocità sbalorditiva, gli Incas vivevano in un mondo che non era più il loro, e molti di loro desiderarono la morte, vista come unica via d’uscita da un’esistenza di umiliazioni e sofferenze.

Il mito della creazione
Come in tutte le civiltà precolombiane anche gli Inca nei loro miti della creazione parlano di esseri superiori apparsi sulla terra e creatori di tutto, che dopo aver adempiuto al proprio compito scompare promettendo un suo ritorno.
Ci si riferisce al dio Viracocha.
Era considerato come lo Splendore Originario o Il signore, il Maestro del Mondo.
In realtà era la prima divinità degli antichi Tiwanaku, popolazione proveniente dal Lago Titicaca. Si narra che fosse sorto dalle acque e che avesse creato il cielo e la terra.
A lui si deve la nascita del Sole, della Luna e delle Stelle, nonché quella del genere umano.
 Viracocha non solo avrebbe creato gli umani, ma li avrebbe anche distrutti per poi ricrearli dalla roccia e gettarli ai quattro angoli del mondo. Dopo aver insegnato agli uomini a sopravvivere, avrebbe preso il mantello, ne avrebbe fatto una barca e sarebbe salpato per l'Oceano Pacifico.
Come viene descritto in alcuni resoconti dati ai primi conquistadores spagnoli, Viracocha aveva la pelle chiara e gli occhi azzurri, era alto di statura e aveva capigliatura e barba bionde o bianche, indossava una lunga tunica bianca con una cintura in vita.
Circa la sua descrizione vari ricercatori e scrittori, (come Taylor Hansen, Cieza de Leon, De La Vega, Simone Waisbarg, Kolosimo), hanno preso in considerazione su quanto raccontato dagli spagnoli durante la loro invasione nelle Americhe.
Si parla un gigante bianco, barbuto, con un tridente, che regge una catena alla quale è legato un serpente mostruoso.
 Dopo il Diluvio, durato 60 giorni e 60 notti, Viracocha si stabilì nell'isola sul lago Titicaca e plasmò gli uomini d'argilla e vi soffiò dentro la vita, insegnò loro il linguaggio e le scienze, i costumi e li distribuì nel mondo volando da un continente all'altro. Si diresse poi a Tiahuanaco; da qui inviò due emissari a ovest e a nord. Lui prese la strada per Cuzco. Sopra una carta geografica possiamo tracciare la cosiddetta "Rotta di Viracocha" che passa da Pukara, città distrutta dalla caduta di un fuoco dal cielo, come avvenne per Sodoma e Gomorra. Pukara è equidistante sia da Tiahuanaco che da Cuzco.
Viracocha inviò il figlio verso Pachacamac a "regolare i solstizi". Se tiriamo da questo punto una linea verso Pukara e consideriamo il percorso del sole, avremo un angolo di 24° e 25'. Nel solstizio d’inverno la declinazione del sole sarebbe di 24° e 8'. Oggi l'angolo avanza a 23° e 27'. Da calcoli specifici è stato determinato che l'anno in cui avvennero queste cose era il 3100 a.C. Gli studiosi di Morley pongono l'inizio della civiltà nel 3113 a.C..
Studiando l'Unità di misura Americana, comune a tutte le culture del continente, Maria Scholten scoprì che la data iniziale degli Atzechi era il 3100 a.C. Secondo il Centro d'investigazione Archeologica della Bolivia, il più antico strato di Tiahuanaco risalirebbe a 3130 a.C. L'America, in pratica, misura il tempo dall'arrivo di un Dio sul pianeta, che i Peruviani chiamarono Viracocha e i Messicani Kukulcan o Quetzalcoatl. Altri appellativi attribuiti a Viracocha erano: spuma del mare, Huaracocha, Conticci, Kon Tiki, Thunupa, Taapa, Tupaca, Illa. Inoltre era considerato l'architetto, il costruttore, l'insegnante, il guaritore e possedeva "l'arma del fuoco celeste".
Ovunque nel paese sorgevano templi dedicati a Viracocha. Più di una volta gli spagnoli testimoniarono di aver trovato individui di razza bianca, addirittura biondi e recenti ritrovamenti archeologici lo hanno confermato.


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