mercoledì 21 settembre 2011

Il tremendismo granata simbolo di unicità



Il termine tremendismo fu creato dal giornalista scrittore Giovanni Arpino che ne da una chiara definizione in  una pubblicazione sul campionato 1971-72, concluso dal Toro al secondo posto, una delle migliori stagioni dopo Superga.
È il Toro di Gustavo Giagnoni, che ha allenato il Torino dal 1971 al 1974 inaugurando il ruggente decennio del tremendismo granata e legando la sua immagine a quel colbacco che non si toglieva mai. Gli anni di Giagnoni alla guida del Toro sono tuttora uno dei ricordi più belli ed emozionanti per il popolo granata. Indimenticabile rimarrà il pugno dato a causio, durante un derby "Il 9 dicembre del 1973, che si era avvicinato alla sua panchina per sbeffeggiarlo.
Ma ritornando alla divulgazione riguardante Giovanni Arpino; si tratta di un opuscolo intitolato “Torino 72” supplemento della rivista “Piemonte sport e club” nel 1972:


 “Ma che cos’è il tremendismo ?

 tanto nominato quest’anno a proposito dei granata? Parafrasando Petrolini, si potrebbe dire: Tremendismo è quella cosa  che divampa in stadii e piazze che piace tanto alle ragazze perché è rossa e mai va giù …
Il vocabolo l’abbiamo importato dal gergo sportivo sudamericano, secondo il quale tremendista  è il giocatore, è il club che magari non vince grappoli di trofei, ma costituisce osso durissimo per chiunque. Una squadra di orgoglio, di rabbie leali, di capacità aggressive, mai vinta, temibile in ogni occasione e soprattutto quando l’avversario è di rango: tutto questo significa tremendismo, un termine che da quando l’abbiamo adottato è riuscito a creare invidie di cui andiamo orgogliosissimi. Perché anche di neologismi si vive, non solo di pane e Coppe.Bisogna dire che dopo le pene del ’71, quando gli effetti  tremendistici  furono stenti e magri, la lezione granata del ’72 è stata all’altezza delle speranze, delle attese e anche del nominato aggettivo. Di domenica in domenica, con i gol fatti, sbagliati, annullati, il tremendismo degli Agroppi, dei Rampanti, dei Pulici, quello più astuto e classico di Bui, quello roccioso dei Zecchini e Cereser, ha costituito la nota di merito in campionato, la grande incognita nella corsa allo scudetto. Mentre declinava la grande tradizione milanese, Torino si imponeva con la grinta di uomini e aggressività di ben altro piglio.Il  tremendismo  ha così avuto la sua patente, ha messo in tavola (pardon: in campo, sull’erba arroventata da corse di bulloni) frutti abbondanti, creando premesse di futuro. Ormai si è aperto un varco nel linguaggio sportivo modernissimo, è una parola capita da tutti, usata al posto di frasi troppo lunghe e complicate. Può indicare anche solo un quarto d’ora, in una partita, ma in quel quarto d’ora scarica tutta la sua forza trascinante.







Il termine subito adottato dai tifosi del Toro a contraddistinguerli dai supporters di qualsiasi altra squadra di calcio ed ad indicarne la loro unicità. Cioè l’idea di contrastare e di lottare contro tutti e tutto; contro le avversità e la sfortuna che da sempre ha accompagnato questa gloriosa società, contro le ingiustizie, le meschinità, che noi tifosi del Toro abbiamo subito e continuiamo subire.
È un pensiero romantico di resistenza e di rivalsa.  Di compattarsi e ripartire proprio nel momento peggiore. Di non ammainare mai la bandiera in qualunque caso. Una forza che trae vigore delle avversità: Il tremendista granata pretende dai propri attori in campo, il sudore della maglia, la sofferenza della prestazione, così come lui stesso soffre e si dimena per le sorti della propria squadra. Al tremendista non serve e non cerca la vittoria pura e semplice come se venisse servita facilmente su un piatto d’argento; a lui interessa che la vittoria stessa sia intrisa di significato e contenuto. La vittoria deve essere fatica e sofferenza, (sue stesse essenze), da potere essere ricordata e raccontata.





"Nel dolore riconosciamo la nostra bandiera e la nostra stessa esistenza, in nome del dolore ci esaltiamo in campo.
Superga, Ferrini, Meroni, questa sfortuna ci appartiene non la vogliamo dare a nessuno, è nostra è un tesoro. Senza Superga il Toro sarebbe una squadra come le altre, chi ama il Toro innanzitutto custodisce e poi lotta. Noi granata proviamo due sentimenti: il dolore per quelle disgrazie ma anche il senso dell' unicità e dell' appartenenza a qualcosa di speciale.
Essere del Toro significa vincere poco e soffrire tanto ma questo è un privilegio, non baratterei Superga con nessuno vittoria, agli altri lascio gli scudetti a pioggia, io mi tengo le sofferenze ma anche i nostri tesori eterni."

Aldo Agroppi



 



Il tifoso granata e naturalmente diverso dai tifosi delle altre normali squadre. Ha una sua unicità. È nato nelle sofferenza ma è consapevole che da questa trae nuova forza e vigore. Le sconfitte e le delusioni non lo abbattono. Il tifoso del Toro ha le spalle larghe ed è pronto come la fenice a risorgere sempre ed in continuazione dalle proprie ceneri,   dagli insuccessi e disfatte della propria amata squadra con la quale si identifica in un unico corpo. Proprio per questo il Toro non potrà mai morire, poiché è dentro i propri tifosi che ne rappresentano e difendono i valori: la forza, la grinta, il coraggio, la voglia di rivalsa, l’anticonformismo, (anche quando, spesso, purtroppo, negli ultimi anni, i giocatori ne hanno indossato indegnamente la maglia).
 Mai è stata più veritiera l’affermazione di noi tifosi: 



Il Torino siamo noi! 



"...non ce ne frega niente del calcio-industria, della recita per fingere di volere lo spettacolo quando invece si vuole semplicemente e ad ogni costo la vittoria della propria squadra. Noi siamo lì per il Toro, non per la partita del Toro, per il nuovo giocatore del Toro, per la classifica del Toro. Noi siamo lì a far sapere che siamo unici, che non esiste un amore come il nostro, che non esite una fede come la nostra. Il resto, tutto il resto, è chiacchiera ben che vada è coro (con voce fioca poi)."

di Gian Paolo Ormezzano




















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