martedì 29 novembre 2011

Altro che Unita' d'Italia! I briganti veri patrioti







“Costituire l’Italia, fondere insieme gli elementi diversi di cui si compone, armonizzare il Nord con il Sud, offre tante difficoltà quante una guerra contro l’Austria e la lotta con Roma”. Così scriveva Cavour poco prima della sua morte.
Scriveva Carlo Dotto de Dauli nel 1877: “Il brigante è, nella maggior parte dei casi, un povero agricoltore e pastore di tempra meno fiacca e servile degli altri che si ribella alle ingiustizie ed ai soprusi dei potenti e, perduta ogni fiducia nella giustizia dello Stato, si getta alla campagna e cimenta la vita, anelando vendicarsi della Società che lo ridusse a quell’estremo”.


In effetti, unificare realmente il Sud al Nord costò di fatto una guerra, il lungo conflitto (1862-64) che oppose l’esercito regolare italiano a bande di contadini ribelli che erano presenti soprattutto nell’entroterra campano, lucano e pugliese. Il brigantaggio era la spia di un fenomeno ben più profondo e complesso, che riguardava l’estraneità delle classi contadine, e quelle meridionali in particolare, al moto risorgimentale.
Il 17 marzo 1861, giorno in cui viene proclamata l’Unità d’Italia e conseguentemente il regno d’Italia, segna l’inizio di una guerra civile: una guerra nascosta, sorda, dimenticata tra l’esercito sabaudo e le masse di contadini, arricchite da ex appartenenti al clero, da ex soldati borbonici, ex garibaldini epatrioti risorgimentali delusi; tutti provenienti dal sud Italia, (soprattutto dalla campania, basilicata, calabria e puglia).


E’ la conseguenza della politica dei savoia, di aggressione e conquista, tesa non ad unire, un territorio che per tante ragioni storiche, culturali, sociali, linguistiche, dovrebbe essere un’unica nazione, ma ad estendere il proprio regno sfruttando le risorse e le popolazioni dei territori occupati.
l’istituzione della leva obbligatoria l’imposizione di nuovi e pesanti tributi e soprattutto la mancata distribuzione delle terre ai contadini sono alcuni dei tanti motivi che hanno spinto una parte di questi ultimi, oltre ai tanti delusi dal dopo unità, ad imbracciare il fucile ed a rivoltarsi contro i nuovi oppressori rivendicando ed auspicando il ritorno dei Borboni.
Nei programmi delle forze politiche e nelle scelte economiche del nuovo Stato, i grandi bisogni delle masse povere delle campagne non avevano trovato alcuna risposta. Rispondere, infatti,

class="apple-style-span">avrebbe significato, per lo Stato, affrontare la questione della terra, cioè garantire l’accesso alla proprietà ai ceti contadini. In realtà gli uomini che avevano diretto il Risorgimento nazionale erano in prevalenza grandi proprietari fondiari, ostili per interessi e condizione sociale a promuovere quella riforma agraria che avrebbe avvicinato le masse rurali al nuovo Stato. Ai bisogni delle masse povere meridionali rimasero sostanzialmente sordi anche i democratici, tra i quali le idee del socialismo risorgimentale di Ferrari e Pisacane non avevano raccolto molte adesioni. Durante la conquista del Mezzogiorno, i dirigenti garibaldini, infatti, avevano manifestato il loro disinteresse, quando non la loro ostilità, verso le rivendicazioni dei contadini meridionali che si erano avvicinati all’esercito di liberazione con un carico rilevante di aspettative sociali. Di fronte alle proteste contadine volte a ottenere di nuovo i propri diritti d’uso sulle terre demaniali che i latifondisti avevano usurpato, di fronte all’occupazione delle terre, l’esercito garibaldino rispose con la fucilazione dei contadini insorti, come accadde a Bronte; queste azioni e queste scelte si ripercossero a fondo e lontano nella coscienza dei contadini ricacciandoli dall’iniziale adesione al moto liberale unitario in una passività fatta di rassegnazione, di sfiducia e anche di ostilità. Infatti, dopo l’editto di Garibaldi del 2 giugno 1860, le masse rurali si erano illuse che “la rivoluzione unitaria italiana” portasse con sé la tanto sospirata divisione delle terre, ma si dovettero ricredere perchè, con l’avvento di Vittorio Emanuele, i comitati liberali, composti da ricchi borghesi ferventi “unitaristi”, si impossessarono delle amministrazioni comunali e delle relative casse, misero mano ai documenti relativi al patrimonio demaniale, sul quale i contadini ed i pastori esercitavano gratuitamente gli usi civici, e lo misero all’asta. In questo modo le terre non infeudate passarono velocemente in loro possesso ed ai contadini, defraudati dei loro secolari diritti d’uso (gli usi civici), rimasero due possibilità: “o brigante o emigrante”.
Il brigante Carmine Crocco

Nei paesi si rinnovavano qua e là gli incendi dei municipi e degli uffici del catasto (“gli eterni nemici nostri”, li chiamava il brigante Carmine Crocco. Le carte catastali venivano distrutte in quanto simbolo della proprietà e dell’oppressione), nonché i saccheggi delle case dei “galantuomini”, noti come usurpatori delle terre demaniali; si abbattevano gli stemmi sabaudi e le immagini di Vittorio Emanuele e Garibaldi, s’issava il vessillo borbonico e si restauravano nuove effimere amministrazioni che rendevano obbedienza all’esiliato Francesco II, re delle Due Sicilie. I possidenti scappavano verso le zone presidiate dall’esercito piemontese e, quando i bersaglieri rioccupavano i paesi ”reazionari”, rientravano con essi; tutto finiva con la restaurazione dei simboli dei Savoia, con l’incendio dei quartieri più poveri e con la fucilazione in piazza dei briganti presi prigionieri: uomini dai volti chiusi dalle grandi barbe, da vestiti fatti di pelli. Spesso i loro cadaveri venivano lasciati insepolti per giorni, come ammonimento.
I briganti veri e genuini combattenti, avanguardia dei partigiani del nostro secondo dopoguerra, combattevano per i propri diritti, per affermare la possibilità di poter vivere dignitosamente, e la storia li ha spacciati come predoni, feroci e sanguinari assassini: ed invece non fu così. Erano eroi uomini e a volte anche donne che lasciarono famiglia, casa, affetti per ribellarsi alle ingiustizie e alla miseria.
Armati di schioppo, migliaia di braccianti e contadini presero la via delle montagne organizzati nella forma tradizionale utilizzata per secoli dai poveri per ribellarsi ai ricchi ed ai potenti: la grande banda di briganti, che calava nei borghi e nei campi saccheggiando ed uccidendo. Alcuni capibanda erano stati garibaldini ed avevano appoggiato l’impresa dei Mille: ora combattevano contro i Savoia, contro i “piemuntisi”, come venivano chiamati nel dialetto locale i funzionari del nuovo Stato. Il brigantaggio era una forma di protesta e di rivolta proprio contro i governanti di allora. Accorsero ad ingrossarne le file, oltre agli sbandati del disciolto esercito borbonico, evasi dal carcere renitenti alla leva, sacerdoti apostati, contadini che, in mancanza di sufficiente reddito dalla campagna, trovavano il brigantaggio più remunerativo, avventizi, ossia contadini che lasciavano occasionalmente il lavoro dei campi per farvi ritorno ad impresa banditesca compiuta.
Le bande erano organizzate in piccoli gruppi con un capo, che si imponeva per prestigio personale e per ferocia. Avevano la loro stabile sede sui monti, in boschi fitti. Il capo distribuiva una paga. Vestivano con panno nero, con cappelli a larghe tese ornati di nastri rossi, mantelli di lana. Le varie bande comunicavano tra loro con colonne di fumo durante il giorno o con falò e lampade nella notte. I messaggi venivano trasmessi con speciali accorgimenti come stracci esposti alle finestre, colpi di fucile intermittenti, imitazione di richiami di uccelli. Si circondavano di sentinelle e vedette, che davano l’allarme con fucilate, fischi, squilli di tromba, rumori vari. Quando l’esercito, inviato per sgominare le bande, faceva il rastrellamento che durava più giorni, i briganti si spostavano continuamente e non accendevano i fuochi di notte. Era, quindi, una vita dura, che richiedeva pernottamenti all’addiaccio, veglie, fame, marce forzate, scontri sanguinosi d’estate e d’inverno. I feriti venivano raccolti sul terreno per evitare delazioni, quelli più gravi e intrasportabili venivano uccisi e poi cremati per renderli irriconoscibili. Le bande a cavallo avevano grande mobilità e potevano percorrere circa 50 miglia in una sola notte, per cui le guardie nazionali ben poco potevano contro di loro. Praticavano contro le forze regolari la guerriglia ed avevano sempre previste vie di ritirata nei boschi e verso i monti in caso di rovescio. In quest’ultimo caso abbandonavano sul terreno l’equipaggiamento pesante per avere maggiore scioltezza nella fuga. Capitanati da ex braccianti, disertori, ex soldati borbonici e garibaldini, decine di migliaia di ribelli si diedero alla macchia rifugiandosi nelle zone montuose più impervie e inaccessibili per dare inizio a una guerriglia condotta su un duplice fronte, quello delle incursioni per razziare e depredare i ricchi proprietari terrieri, e quello sul piano squisitamente militare contro l’esercito piemontese. Il brigantaggio era il sintomo di una frattura profonda tra Nord e Sud, tra la grande massa dei contadini poveri del Mezzogiorno e lo Stato unitario: nella compagine del nuovo regno si delineavano drammaticamente i contorni di due Italie, destinate a comunicare tra loro in maniera discontinua ed incerta. Il risultato di questa distanza ed incomunicabilità tra nuovo governo e governati fu una vera e propria guerra civile che imperversò per cinque anni. La popolazione, ostile ai nuovi governanti “piemontesi”, proteggeva i briganti, ritenuti uomini vendicatori di ingiustizie e repressioni, di cui si riteneva vittima. I briganti, ovviamente, godevano dell’incondizionata simpatia delle masse rurali che li identificavano alla stregua di veri e propri eroi, una specie di ottocenteschi Robin Hood paladini di una Dea Giustizia che brandiva la spada contro i soprusi dei ricchi ed il pericolo costituito dalle autoritarie imposizioni del nuovo padrone, il Regno d’Italia. Forti degli appoggi tangibili forniti dalla corrente reazionaria borbonica e, a volte, addirittura da quegli stessi proprietari terrieri che essi depredavano, ma che avevano accolto con
sospetto l’arrivo della dominazione sabauda, i fuorilegge potevano contare anche sull’aiuto della Chiesa, che non aveva digerito la mozione del primo Parlamento italiano nella seduta del 27 marzo 1861 tenutasi nel salone di Palazzo Carignano a Torino, in cui fu presa la decisione di dichiarare Roma futura capitale del Regno, mentre la città era ancora saldamente nelle mani di Papa Pio IX, fermamente intenzionato a non rinunciare al potere temporale sui territori dello Stato Pontificio. In virtù di quella ufficiosa connivenza i briganti potevano trovare riparo nei conventi e sfuggire alla cattura nel caso in cui la loro sortita contro le truppe regolari si fosse risolta in un frettoloso ripiegamento. Ma non solo. Una delle tante anime del brigantaggio era proprio la componente religiosa: frati e sacerdoti erano presenti in gran numero nelle schiere degli insorgenti, sebbene fossero passati per le armi in caso di cattura; i vescovi, benché spesso scacciati dalle loro sedi come avvenne all’arcivescovo di Napoli, Sisto Riario Sforza, sostennero efficacemente l’insurrezione, promulgando pastorali di tono antiunitario e ribadendo le proteste provenienti dalla Santa Sede; nel 1861 in 57 su 84 diocesi del Sud i vescovi erano impossibilitati ad esercitare le loro funzioni per l’opposizione del nuovo regime.
Per spezzare la resistenza dei briganti i generali incaricati della repressione arrestavano anche le loro famiglie promettendone la liberazione a patto che essi si costituissero, dopo di ciò i briganti erano avviati al plotone di esecuzione o al carcere. Il bilancio totale delle vittime fu drammatico, fu un vero massacro: le cifre non sono tutte concordi, quelle ufficiali si limitano alle dichiarazioni di La Marmora alla Commissione di Inchiesta sul Brigantaggio dove affermò che “Dal mese di maggio 1861 al mese di febbraio 1863 noi abbiamo ucciso o fucilato 7.151 briganti. Non so niente altro e non posso dire niente altro”. Ad essi vanno aggiunti i caduti dell’esercito italiano: “I morti dal 1 maggio 1861 al 31 dicembre 1864, l’unico periodo per il quale esistono dati ufficiali, furono 465, 18 i dispersi e 190 feriti, ai quali sono da aggiungersi i 138 morti ed i 63 feriti della Guardia Nazionale”; in realtà, come affermò lo storico Denis Mack Smith, le vittime furono più numerose di tutti i soldati persi dal regno sabaudo nelle guerre di indipendenza contro l’Austria (che erano poco più di seimila). Quasi tutti i briganti erano giovani e morirono prima dei 30 anni di vita. L’efferatezza tipica di una guerra civile si palesò anche con gesti disumani come l’esposizione in pubblica piazza dei cadaveri insepolti dei briganti o delle loro teste mozzate conservate in apposite teche trasparenti o anche nelle frequentissime macabre fotografie di briganti uccisi; scrive sempre De Jaco: “Col terrore i generali piemontesi cercavano di spezzare la solidarietà dei”cafoni” con i briganti. Ma il terrore non è stata mai arma sufficiente e valida per isolare i combattenti dalla popolazione che li sostiene; così le fucilazioni non liquidarono, ma aumentarono la solidarietà popolare per le vittime. La leggenda che faceva dei briganti tanti eroi popolari, paladini ed unica speranza dei miseri contro i prepotenti e ricchi, trovava così mille riprove e questa fama assumeva subito due volti opposti: il volto del giustiziere implacabile, per i pastori e le plebi, quello della belva feroce per i benestanti; erano i ricchi, infatti, ad aver paura dei rapimenti di persona con richiesta di relativo riscatto, dei saccheggi, dell’incendio delle messi, del taglio delle viti, delle uccisioni, mentre gli zappatori non avevano niente da perdere, anzi ottenevano dal brigante qualche protezione contro i mille soprusi ed i patimenti di cui era piena la loro giornata. Non ci voleva comunque molto perché i nomi dell’uno o dell’altro brigante salissero in fama di grande ferocia, temuti dai viandanti più dei lupi affamati. I briganti stessi desideravano questa fama, condizione indispensabile per far riuscire i ricatti con i quali, dalla selva, potevano procurarsi il cibo o il denaro; inoltre la particolare ferocia e la prontezza, l’ardimento e la forza fisica erano le condizioni per primeggiare tra gli stessi compagni di ventura, la loro risolutezza finiva con l’esprimersi in una dura disciplina interna alle bande che prevedeva la morte per ogni viltà o disubbidienza”.
Alla fine del 1864 il Sud si poteva considerare rappacificato, ma non era stato risolto il problema fondamentale che aveva scatenato la prima grande ribellione della storia dell’Italia unita: la miseria e l’oppressione sociale dei contadini meridionali.
Altro che unità d’Italia. Il 17 marzo 1861 segnò l’inizio della questione meridionale, (ancor oggi irrisolta), e l’avvio di una serie di falsità e menzogne sul risorgimento e su patriottismo-
I briganti hanno combattuto una guerra già persa in partenza visto la disparità di unità e risorse. Ma l’hanno combattuta, a modo loro per sopravvivere.
Sono stati e saranno d’esempio, sempre, contro tutte le ingiustizie perpetrate nel mondo nel corso della storia.
L’Italia intesa come stato non è mai esistita e mai esisterà.
L’unità d’Italia, intesa come ricorrenza, è quindi l’insieme di tradimenti, menzogne, massacri contro il popolo del sud e di certo non dovrebbe essere festeggiata, come purtroppo è stato fatto, rappresenta un evento di cui vergognarsi.


fonti:
www.storiain.net
wwww.ilportaledelsud.org
www.adsic.it
redazione

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